LONDRA - Il silenzio è d'oro, ammonisce il proverbio, ma allora
è meglio non chiedersi di quale materia è composto il baccano in cui
viviamo. Fate una prova, chiamate qualcuno nella stanza accanto:
probabilmente non vi sentirà, e non per sua colpa. La colpa è della
fitta coltre di rumore che ricopre tutto ciò che facciamo, diciamo,
pensiamo.
Le sirene di ambulanze, polizia, pompieri; il ronzio di aerei, treni,
automobili, motociclette; il trapano dei martelli pneumatici, il
brontolio dei bulldozer, lo stantuffo di fabbriche e cantieri.
E poi i rumori provocati dai singoli: il televisore del vicino, lo
stereo dei figli, il cinguettio irritante dei telefonini, il pianto
disperato di un neonato in carrozzina. A proposito: l'esercito
americano ha appena messo a punto un arsenale di "proiettili sonori".
Sono registrazioni di bambini che piangono, sparate a 140 decibel. Un
suono a 45 decibel, per intendersi, impedisce il sonno. Il rumore del
traffico, sentito da un passante sul marciapiede, raggiunge i 70
decibel. A quota 85 decibel, si verifica un danno all'udito. A 120
decibel si sente un dolore acuto alle orecchie. Possiamo immaginarci
cosa succede a 140.
La cacofonia di suoni
che ci circonda, avvertono studi scientifici a regolari intervalli,
mette in pericolo la nostra salute: è causa di aggressività,
ipertensione, stress, disturbi cardiaci. Ma non sembra essere questa
l'unica conseguenza nefasta del "noise pollution", l'inquinamento
sonoro, come lo chiamano gli esperti internazionali: se l'uomo moderno
non ritrova al più presto un po' di silenziosa quiete, rischierà di
perdere, insieme all'udito, anche la consapevolezza di sé. In
"Manifesto for silence" (Manifesto per il silenzio), un libro
pubblicato in questi giorni in Gran Bretagna e anticipato ieri dal
Financial Times, il professor Stuart Sim, docente di critica teorica
alla University of Sunderland, sostiene infatti che il rumore è un
elemento della guerra condotta dalle forze del progresso economico
contro l'individuo. Religione, filosofia, arte, letteratura, musica, -
secondo la sua tesi - dimostrano che il silenzio non contraddistingue
l'assenza di qualcosa, bensì rappresenta un bene di importanza cruciale
per la nostra civiltà: è il fiume in cui naviga il pensiero umano. Un
fiume che ora rischia di prosciugarsi del tutto.
Cantieri che lavorano 24 ore su 24, come a Shanghai, a Mosca e a New
York, sempre più automobili ed aerei, sempre più gente con sempre più
telefonini accesi, creano un rumore di fondo - scrive l'autore - che
demolisce gradualmente la capacità umana di ragionare, esprimersi,
esistere: "Cogito, ergo sum", non si può pensare in un fracasso
spaventoso. Ed ecco allora questo "manifesto per il silenzio", l'invito
a insorgere in difesa della quiete, citando la tradizione religiosa di
buddisti, quaccheri, monaci trappisti, per i quali il silenzio
rappresenta la forma più assoluta di coscienza, ma citando pure la
scrittrice americana Susan Sontag ("il silenzio è una forma di
discorso") e il compositore John Cage ("non esiste silenzio che non sia
carico di suono"). Naturalmente non bisogna esagerare col silenzio,
anche perché può essere equivocato: non dire niente, talvolta,
significa soltanto non avere niente da dire. "Ma non è forse vero che
tutti i momenti più belli ci lasciano senza parole?", domandava uno che
di silenzio se ne intende, il grande mimo francese Marcel Marceau.
Dunque cerchiamo di stare, almeno ogni tanto, col cellulare spento,
lontani dal traffico e con la bocca chiusa. Magari riusciremo a sentire
noi stessi, come l'astronauta di Odissea nello spazio, chiuso in una
capsula sperduta nel buio cosmico, quasi assordato dal proprio respiro:
l'unico rumore percepibile nell'universo, il misterioso soffio della
vita.
(11 settembre 2007)
ENRICO FRANCESCHINI